Passata indenne attraverso il postmoderno che anzi, ne aveva permesso l’elevazione a un rango superiore dal momento che riteneva degna della medesima considerazione la cultura di massa tanto quanto quella elitaria, la musica Rock rischia oggi la capitolazione. Il tema potrebbe apparire vecchio e, in effetti lo è. Se pensiamo che ne parlava il musicista e musicologo Fred Frith già nel 1988 nel fondamentale saggio Il Rock è finito, ci rendiamo conto di quanto il tema sia appassionante e la discussione a riguardo ben lungi dall’essersi esaurita. Frith infatti diceva:

“Sono ormai convinto che l’epoca del Rock sia conclusa. Senza dubbio la gente continuerà a suonare e ad apprezzare la musica Rock naturalmente, ma il business musicale, non è più organizzato sul Rock, sulla vendita ai giovani di dischi di uno specifico genere musicale.
L’epoca Rock, nata verso il 1956 con Elvis Presley, giunta all’apice verso il 1967 con Sgt. Pepper, morta intorno al 1976 con i Sex Pistols, si è rivelata come una fase transitoria nell’evoluzione della popular music del ventesimo secolo più che (come ci parve allora) una specie di rivoluzione culturale di massa. Il Rock è stato uno degli ultimi tentativi romantici di conservare forme di produzione musicale – l’interprete come artista, l’esibizione come condivisione – rese obsolete dalla tecnologia e dal capitale”.

Quasi in contemporanea altri intellettuali in altri campi, si affrettavano a decretare in quel periodo la fine di qualcosa. Il più celebre fu Francis Fukuyama che nel 1992 nel saggio The End of History and the Last Man decretava la “fine della storia” dopo la caduta del Muro di Berlino intendendo la storia futura come comune progresso verso un punto di evoluzione oltre il quale non sarebbe stato più possibile andare. La storia stessa lo ha smentito con l’11 settembre così come la musica ha smentito le previsioni di Frith con la nascita del grunge.


Nel 1991 infatti esce Nevermind dei Nirvana, un disco epocale, che porta il cosiddetto “Rock alternativo” ai vertici delle classifiche e quindi a un pubblico di massa, come nemmeno il punk era mai riuscito a fare. Non a caso il film documentario che celebra l’evento si intitola proprio 1991: The Year The Punk Broke. Quindi, al contrario di quanto scriveva Frith, non soltanto “l’interprete come artista e l’esibizione come condivisione” erano ritornate centrali ma anche i principi etici e politici a cui il grunge si accompagnava: antiautoritarismo, antimachismo, femminismo (molte le band femminili che nascono in questo periodo, le cosiddette “riot grrrls”). All’inizio una città, Seattle e un pugno di band: Melvins, Mudhoney, Nirvana, Soundgarden, Pearl Jam, Alice In Chains ognuna con diverse caratteristiche e come riferimento spirituale i Sonic Youth per l’etica indie e sperimentale e i Led Zeppelin per una lentezza che viene contrapposta alla velocità del punk anche se non è una regola e i valori del punk sono fondanti per questa comunità che a poco a poco dilagherà in tutto il mondo e spingerà le major a mettere sotto contratto tutte le band “alternative” a portata di mano.
Il suicidio di Kurt Cobain nel 1994 segnò la brusca fine di un sogno: quello dell’underground che riesce a diventare il nuovo mainstream. Il grunge però resta in effetti l’ultima controcultura giovanile propriamente detta che si possa identificare e storicizzare in maniera chiara. Il fenomeno attuale degli hipster infatti non ha un’identificazione precisa in campo musicale. Non esiste una musica “hipster” se non nel senso che è hipster qualsiasi musica sconosciuta al pubblico di massa: per esempio se parlassimo di artisti hipster su questo giornale quali Julia Holter o Oneohtrix Point Never, cesserebbero di essere tali nel momento stesso. E con questo arriviamo alla contemporaneità, luogo in cui, inevitabilmente le cose si fanno più complicate.


Chris Anderson, ex direttore della rivista Wired, anch’essa nata dalla controcultura e unica sopravvissuta dal periodo del cyberpunk (all’incirca metà degli anni 80) tra le varie Mondo 2000, Fad e Whole Earth Review, ribalta quello in cui le aziende hanno per molto tempo creduto: nel 2006 con il saggio The Long Tail: Why the Future of Business is Selling Less of More spiega come in definitiva tutte le nicchie messe insieme costituiscano un mercato più ampio del cosiddetto “mainstream”. Un concetto che si esprime in maniera efficace nella celebre frase del commesso di Amazon: “Oggi abbiamo venduto più libri tra quelli che ieri non sono affatto andati di quanti ne abbiamo venduti tra quelli che ieri sono andati”. Questo concetto è molto importante per quanto riguarda la musica perché la coda lunga in questo contesto, ovvero la nicchia delle micro case discografiche o degli indipendenti assoluti aumenta esponenzialmente rispetto al passato non solo grazie alla rete ma anche alla possibilità tecnologica di realizzare un disco in casa propria con una miglior qualità dei primi album dei Beatles o dei Rolling Stones.


La musica dunque sembrerebbe non essere mai stata così viva. Eppure forse non è così. Lo dice Simon Reynolds, probabilmente il critico musicale contemporaneo più influente nel suo saggio del 2011, Retromania:

“L’era pop in cui viviamo è impazzita per tutto ciò che è rétro e commemorativo. Gruppi che si riformano, reunion tour, album tributo e cofanetti, festival-anniversari ed esecuzioni dal vivo di album classici: quanto a passione per la musica di ieri ogni anno supera il precedente. E se il pericolo più serio per il futuro della nostra cultura musicale fosse il passato?”.

E aggiunge:

“Potrà sembrare un proclama inutilmente apocalittico, ma lo scenario che immagino, più che un cataclisma, è un esaurimento graduale. È così che finisce il pop: non con i bang del colpo di grazia, ma con un cofanetto celebrativo di un artista storico il cui quarto disco non trovi la forza di infilare nel lettore del cd”.

Due pericoli quindi si stagliano in maniera netta: un’offerta talmente grande da rendere impossibile per il fruitore orientarsi nel presente della musica e, come diretta conseguenza, un rifugiarsi nel passato, in quei nomi ormai conosciuti che costituiscono una garanzia. Damon Albarn (Blur, Gorillaz) in un’intervista recente a El País Semanal ne sottolinea un altro:

“Nella musica pop oggi è sovversivo essere completamente anonimi. In questo momento quello che sembra più rivoluzionario è riuscire a smuovere l’aspetto umano contro quello del marketing. La musica non deve perdere la sua umanità. La cultura digitale elimina la differenza: tutto suona uguale e questo è male”.


Insomma se chiunque, grazie alla tecnologia, può simulare il suono di un’orchestra, non solo in futuro non ci saranno più orchestre ma la maggior parte dei dischi suoneranno simili nella loro perfezione campionata. Ne è convinto anche David Byrne, ex Talking Heads e autore del libro Come funziona la musica (Bompiani, 2013):

“La perfezione resa possibile da tali tecnologie della registrazione e della composizione può essere gradevole. Ma può anche essere troppo facile conseguire la perfezione metronomica in tal modo, e la perfezione a buon mercato è spesso ovvia, ubiqua e in ultima analisi noiosa (…) Una traccia di James Brown o Serge Gainsbourg non suonava come un loop. In qualche modo si avvertiva che era stato suonato e risuonato e non clonato”.

Un altro tema ancora: l’incorporazione degli elementi caratterizzanti dei diversi generi musicali, il famoso “crossover” all’interno di uno stesso disco o addirittura di uno stesso brano. Ancora Reynolds: “Invece di esprimere se stessi gli anni 2000 preferiscono offrire un concentrato di tutti i decenni precedenti: una simultaneità della cronologia pop che abolisce la storia, erodendo l’autocoscienza del presente in quanto epoca dotata di identità e sensibilità proprie”. Un tema che si potrebbe sintetizzare in una semplice frase del rapper Fabri Fibra, uno dei pochi artisti capaci di far emergere nelle suo opere il sentire contemporaneo: “troppo di tutto oggi c’è troppo di tutto, che vita piatta!”. E qui veniamo all’ultima parte del problema, la più esiziale.


Scrive David Byrne in un articolo sul Guardian intitolato Internet succhierà via tutti i contenuti creativi del mondo:

Get Lucky, la canzone dell’estate dei Daft Punk è stata ascoltata in streaming su Spotify 104.760.000 volte. I due componenti della band hanno guadagnato 13.000 dollari a testa. Una cifra che non paga il conto se è la principale fonte di guadagno. Ma il problema è un altro: cosa succederà alle band che non hanno una potente hit estiva internazionale?”.

Insomma oltre al citazionismo esasperato dal passato che di fatto annulla i generi, il sovraffollamento di artisti che rende difficile far emergere gruppi nuovi, l’appiattimento provocato dai campionamenti e dal suono digitale, sarà proprio l’abbondanza dell’offerta, quella che tanto ci attrae, la cosiddetta musica liquida tutta a nostra disposizione con un solo clic e senza più bisogno di possedere alcun supporto fisico, a distruggere, e questa volta per davvero, la musica? E forse non solo la musica perché lo stesso sta avvenendo per la tv, per il cinema e, tra poco, persino per i libri. C’è troppo di tutto?
Siamo abituati a pensare alla musica come costante innovazione ma non è detto che sia così. Forse un ciclo è finito e oggi la vera innovazione sta nella tecnologia: di questi anni forse in futuro non ricorderemo tanto le band quanto i marchi che stanno provocando lo tsunami: Spotify, Deezer, YouTube, Pandora, Last Fm e ovviamente il versante social dove di musica si discute: Facebook, Twitter e gli altri che sicuramente verranno. Forse, come dice Harper Reed, hacker e al tempo stesso l’uomo che grazie ai big data ha fatto vincere le elezioni a Obama

“oggi la forza innovativa che aveva un tempo il Rock ce l’hanno altre cose: la tecnologia è il nuovo Rock e gli hacker e i programmatori che stanno scrivendo il mondo di domani, le nuove Rockstar”.

XL.Repubblica.it

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