Quel “messaggio” prima di lasciare il palco di Detroit. A Seattle i fans piangono al Sound Garden.

Quell’ultimo bis sul palco del Fox Theater di Detroit sembra un raggelante annuncio di morte. Prima di lasciare il palco, i Soundgarden eseguono la loro “Slaves & Bulldozers” in medley con “In My Time of Dying”, un brano che solitamente eseguono a metà concerto. Ma stavolta la scaletta è cambiata. Chris Cornell affronta con concentrata energia quel gospel degli anni Venti che i Led Zeppelin avevano fatto proprio nel segno dell’hard rock sull’album “Physical Graffiti”. Chris canta: “Quando arriverà l’ora della mia morte/Non voglio che nessuno mi pianga/Tutto quel che voglio è che portiate il mio corpo a casa”. E più oltre: “Gesù, vado a preparare il mio letto di morte/Vienimi a prendere mentre sono già in aria/E se le mie ali non dovessero funzionare/Signore, dammene un altro paio”. Nessuno, in quel momento, può immaginare quello che accadrà. A metà del tour, Cornell è in gran forma. “Era assolutamente normale”, raccontano i suoi collaboratori. Quando saluta i fans al Fox dice qualcosa che, di nuovo, sembra contenere un nefasto presagio: “Quanto è bello il pubblico di Detroit, mi dispiace per la prossima città…”. Ma non è quello che fanno sempre le rockstar? Adulare e compiacere gli aficionados di quella notte come se fosse speciale? Ma se quella notte fosse invece l’ultima? Passa un’ora, tempo di tornare in albergo, al MGM Grand Detroit, dopo il defatigamento in camerino e quei piccoli riti di commiato dopo ogni show. La moglie, l’amatissima Vicky Karayannis, lo cerca al telefono per la buonanotte. Tra loro l’unione è solidissima, domenica lui ha postato su twitter un mazzo di fiori, per la Festa della Mamma. È l’amore della sua vita e madre dei loro due figli. Ma Chris non risponde, è strano. La donna chiede a un amico di andare a vedere nella stanza d’albergo. L’uomo entra, ma il rocker è chiuso in bagno. Nessuna risposta, ancora una volta. Solo silenzio. Bisogna chiamare il 911, e la sicurezza del MGM. Sfondare la porta. È da poco passata la mezzanotte: Cornell giace sul pavimento del bagno, senza vita. Un cappio attorno al collo. Il medico legale conferma, in attesa di una più approfondita autopsia: si tratta senza dubbio di suicidio. Il musicista si è impiccato.

Cornell aveva avuto drammatiche esperienze con la droga e l’alcool, nei primi anni dei Soundgarden, ma dopo la riunione del 2011 aveva dichiarato che nel loro backstage non trovavi più né birra né Jack Daniels, figurarsi la roba. Cornell aveva affrontato il percorso di disintossicazione in un rehab, si era ripulito. Amava il suo nuovo stile di vita, si dedicava alla mountain bike e si godeva l’amore di Vicky e dei bambini. Ma il cane nero della depressione continuava a morderlo dentro, e c’erano giorni in cui tutto gli pareva intollerabile, senza che accadesse nulla che potesse causargli quel disagio. Ieri tutta la scena del rock, da Jimmy Page a Elton John fino a Cat Stevens, ha postato messaggi di tributo per il collega scomparso. Seattle ha celebrato i riti del lutto: i fans sono andati in pellegrinaggio al Sound Garden, dentro il parco sulle rive del lago Washington. Il Sound Garden, che ha dato il nome alla band di Chris, è la struttura creata negli anni Ottanta dall’artista Douglas Hollis: alte e sottili colonne di metallo che, come se fossero canne d’organo, suonano quando sono attraversate dal vento. Ieri pareva piangessero.

Commenti

Commenti